Oh valentino vestito di nuovo
Feste, festività giornate della memoria di’ del bell’uomo e della buona donna, della santa polenta e la fiera del paese mai le ho potui soffrire. Le giostre, le luminarie, il calcioinculo e l’autoscontro. L’ottovolante, il braccio di ferro, il ras del parcheggio, le uno turbo diesel e le golf GT. Le luminarie da albero di natale, le bancarelle, il torrone, lo zucchero filato, carnevale, il capo Geronimo, la fata turchina, il corvo ventriloquo della televisione, le vacche grasse, il vestito buono, I pantaloni di lana in gessato del cugino di quarto grado, il cappello di lana a strisce, il pon pon e i guanti, la bruma, la folla, i giovinastri fuori dal caffè, la cioccolata d’ordinanza, le famigliole della domenica pomeriggio, le passeggiate per le vie di un centro che non c’e neppure. Come diavolo m’è capitato di intrufolarmi in quell’ammasso di gambe, braccia, facce di circostanza, stritolamenti tra i caroselli di modelli di auto da corsa in plastica, e sirene della polizia, gru portuali multicolore, e vigili in divisa d’ordinanza, cosi’ come la cioccolata delle cinque e mezza, prima del panino al salame e novantesimo minuto. E in questo posto, proprio in questo posto, e in un inverno tardo di tubi di scarico e signorine tirate che neppure fosse la prima comunione, compare tra i buoni intenti dei cioccolatini e smancerie la festa, la fiera, direi la sagra degli innamorati. Cosa diavolo ve ne viene di sbattere in faccia la vostra felicita’ da quattro soldi, godetevela tra le sante mura casalinghe, dilaniatevi sul divano del soggiorno, squartatevi sul materasso a molle, prendetevi a rivoltellate a viso aperto, ma non proiettate le vostre zuccherose effusioni attorno ad altri individui che non ne dichiarano apertamente l’apprezzamento. Ed eccoli invece gli innamorati a mostrare al mondo intero la loro conquista della felicita’. Che ve ne viene, o miei cari, e’ come pure non ci crediate voi stessi, e vi tocca mescolarvi carne e liquidi vari con altri simili, per non credervi statue di gesso, voi altri pure e le vostre scopate da due lire. La gloria e i corridoi bassi, i rami di ciliegi, le inopportune paiètte, le calze a righe, e gli occhi azzurri, d’un azzurro di stoviglia